Donne Lavoro e Management

Quote di genere: un bilancio cinque anni dopo

Ilaria Li Vigni
Scritto da Ilaria Li Vigni

L’introduzione di quote di genere come strumento per promuovere l’empowerment femminile è molto dibattuto in Europa e differenti sono le opinioni in merito da parte di politici, sociologi ed economisti.
Secondo gli ultimi dati pubblicati dalla Commissione Europea, la presenza femminile nei consigli di amministrazione delle maggiori imprese quotate è in media circa il 21,2%, rispetto all’11,9% del 2010.
Questo incremento è dovuto a progressi concentrati in alcuni paesi, in particolare in quelli in cui sono state introdotte misure legislative che prevedono le cosiddette “quote”, come l’Italia (+21,2 %) e la Francia (+20,5 %). Le quote sembrano, quindi, rappresentare una misura efficace per aumentare la rappresentanza femminile nei vertici aziendali e così promuovere una maggiore uguaglianza di genere.

Ma occorre porsi la domanda se tale sistema abbia un impatto efficiente sulla produttività aziendale e garantisca la presenza di componenti preparate e competenti.

Le uniche evidenze a oggi note sull’impatto causale della presenza di donne sulla performance aziendale sono quelle relative alla Norvegia, prima nazione che ha introdotto le quote di genere nel 2004.quote-rosa
Tali risultati suggeriscono prudenza e si pongono alcune problematiche cogenti: ad esempio, si verifica la presenza di donne con curricula non particolarmente meritevoli nei Consigli di Amministrazione, al solo fine di “far numero” e rendere la società conforme ai dettami di legge.
In Italia la situazione sembra, ad oggi, essere differente. La legge n.120/2011, cosiddetta Golfo-Mosca dai nomi delle prime firmatarie, impone, a partire da agosto 2012, il rispetto di una quota di genere nei consigli di amministrazione e collegi sindacali delle società italiane quotate in Borsa; tale obbligo è stato esteso alle società a controllo pubblico. Si tratta di una misura temporanea: le quote sono obbligatorie solo per tre mandati, con una quota fissata al 20% per il primo rinnovo e al 33% per i successivi due.

Grazie alla legge Golfo-Mosca, l’Italia è passata dal 6% di presenza femminile nei Consigli di Amministrazione delle società quotate a circa l’attuale 27% (superiore ai limiti minimi imposti dalla legge).

Un ottimo risultato numerico, vediamo se supportato anche da altrettanti risultati qualitativi.

Secondo i risultati del progetto “Women mean business and economic growth” condotto nel 2015 dal Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri in partnership con l’Università Bocconi, anche in punto di qualità, a seguito della riforma, si è assistito ad un miglioramento dei componenti dei Consigli di amministrazione.

Lo studio è avvenuto attraverso l’analisi dei curricula dei consiglieri e sindaci delle società quotate italiane, indipendentemente dal genere e si è riscontrato, nei nuovi mandati successivi all’entrata in vigore della “Golfo-Mosca”, un ringiovanimento anagrafico ed un miglioramento dei livelli di istruzione dei componenti.

Inoltre l’introduzione di quote non si è associata con due temuti fenomeni: le cosiddette “golden skirts”, – “poche donne in molti consigli” con il rischio di figure messe sempre in minoranza – e l’aumento dei consiglieri scelti all’interno della cerchia familiare.

quoteInfatti, le posizioni multiple sono diminuite, in particolare tra le donne, segnalando un allargamento della platea di candidati dai quali sono selezionati i consiglieri, così come le donne legate da rapporti di parentela con altri componenti del consiglio.

Il sistema di quote, a cinque anni dall’introduzione della legge, sembra quindi aver innescato in Italia un cambiamento nella selezione dei consiglieri, con un incentivo per le società ad escludere gli uomini meno qualificati a favore di donne più competenti, con maggiore esperienza e curricula migliori.

Analizzando poi la relazione tra leadership femminile e performance aziendale, nessuno degli effetti negativi di cui si parlava con riferimento alla Norvegia sembra emergere in Italia.
È certamente ancora presto per valutare pienamente questi effetti, e infatti per la maggior parte degli indicatori di performance non si identificano cambiamenti significativi indotti dalle quote, ma possiamo sicuramente escludere un qualsivoglia impatto negativo dell’ingresso forzato di donne nei consigli.

Anzi, ad oggi, quello che emerge è una riduzione significativa dell’indebitamento a breve termine delle aziende che hanno rinnovato la compagine societaria negli ultimi anni.

Le quote non solo rompono l’equilibrio basato sul potere maschile, ma soprattutto innescano un processo di rinnovamento della classe dirigente che è benefico per le aziende.

La vera sfida ora è se la rivoluzione nei Consigli riuscirà a produrre effetti a cascata anche nel management e a contribuire, in generale, ad una cultura più favorevole alla leadership femminile e alla valorizzazione del talento delle donne, non solo nelle società quotate ma in tutte le realtà aziendali e nelle professioni.
Su questo occorre lavorare, non solo a livello imprenditoriale, ma anche nella società civile per favorire un’equa ripartizione di genere nel mondo produttivo che premi il merito e le peculiarità di ciascun genere.

Autore

Ilaria Li Vigni

Ilaria Li Vigni

Avvocata penalista, iscritta all’Ordine degli Avvocati di Milano e specializzata in diritto penale dell’economia, reati contro la Pubblica Amministrazione, contro la persona e la famiglia. Componente commissione pari opportunità Unione Camere Penali Italiane 2015-2018. Consulente legale Consolato USA a Milano. Si occupa di tematiche di genere nell’avvocatura, coordinando corsi di formazione in materia di diritto antidiscriminatorio e pari opportunità e leadership presso le Istituzioni Forensi e le Università. Giornalista pubblicista e autrice di saggi.

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