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Convivenze religiose: tra buone prassi, inclusioni e collisioni

Cristina Bombelli

Un giorno un medico dell’Ospedale di Cremona telefona preoccupato alla polizia: un gruppo di indiani armato è entrato in ospedale. La verifica è presto fatta: si tratta di un gruppo di Sikh, immigrati dal Punjab, una regione dell’India, che porta alla cintura un simbolo della propria religione, il kirpan.

E’ evidente che qualsiasi osservatore non può trovarsi tranquillo di fronte ad un uomo armato e potenzialmente offensivo; e da qui una serie di screzi con la comunità che da anni risiede nella bassa lombarda e che si occupa principalmente di allevamento del bestiame. Le autorità chiamate a dirimere la questione si sono definitivamente pronunciate attraverso una recente sentenza della Cassazione che stabilisce l’inopportunità dell’esibizione del kirpan nei luoghi di lavoro.

Un approccio condivisibile che relega sullo sfondo i valori individuali attribuiti ai simboli religiosi per evidenziare da un lato la dimensione di sicurezza, e dall’altro la prevalenza della relazione di lavoro rispetto alle credenze individuali.
Una modalità laica consona ad un Paese che da molto tempo ha separato il potere temporale da quello religioso.

I sikh ovviamente non sono di questo parere.

Il pugnale è una delle cinque K, ovvero i simboli che ciascun devoto si impegna a portare entrando nella propria comunità religiosa. Gli altri sono il Kesh, ovvero il divieto di tagliare i capelli, tradizionalmente associati alla forza vitale che poi vengono coperti da un particolare tipo di turbante, il dastar; il Kangha, un piccolo pettine di legno che tiene fermi i capelli e che rappresenta la pulizia; i Kachera, ovvero un particolare tipo di pantaloni e il Kara, un bracciale simbolizzante l’umiltà e l’appartenenza al divino. L’oggetto del contendere, il kirpan, ora ridotto a dimensioni minime, rappresenta il coraggio di difendere la propria religione.

Un universo di simboli che sottolineano un’appartenenza forte e identitaria.

La parola sikh deriva dal sanscrito – discepolo – e definisce i devoti ai 10 guru che si sono succeduti nel Punjab dal 1400 al 1700 circa, che si ispirano a tre princìpi: ricordare il Creatore ogni momento, guadagnare lavorando onestamente e condividere il guadagno.

In questo contesto si comprende come la dimensione identitaria dell’appartenenza religiosa e, di conseguenza, l’esibizione dei simboli, non sia un tema marginale sia per la comunità che per il singolo che ad essa si riferisce.

La soluzione è stata trovata con intelligenza ed ascoltando le reciproche esigenze da un ex agente di polizia, Roberto Rossi, che esaltando la dimensione simbolica e mettendo sullo sfondo quella offensiva, ha progettato un kirpan costituito da un materiale particolare che non taglia nè perfora. Non si tratta di un oggetto di plastica che sarebbe stato un sostituto inaccettabile, ma, pur conservando la foggia esteriore, la dimensione e le caratteristiche del pugnale originario, la sua lama è composta da una lega che non può ferire.

In questo caso, quindi, è stato possibile trovare un compromesso che salvasse i differenti interessi, cosa non sempre possibile, ma che accade quando le parti non si trincerano nel proprio punto di vista. E questa è una strada importante.

Certo, probabilmente è una soluzione transitoria, in quanto le culture evolvono continuamente e sorge spontaneo chiedersi: per quanto tempo la tradizione sarà conservata? Una comunità che oggi ha ancora forti radici nel paese di appartenenza, ma i cui figli cresceranno in un mondo completamente diverso, per quanto tempo ancora necessiterà dei simboli di appartenenza?

Ecco perché le soluzioni intelligenti possono agevolare l’inclusione e aprire la strada a convivenze nuove.

Per i “nativi” il rapporto con la comunità sikh può essere una grande occasione per ampliare lo sguardo sul mondo, per conoscere una realtà diversa e interessante. Viceversa coloro che sono arrivati si saranno certamente stupiti di alcuni nostri costumi ed usanze, ma anche per loro si tratta di un incontro che apre a nuove prospettive.

Insomma: gli scontri culturali esistono, ma con un po’ attenzione è possibile trasformarli in incontri, se non di arricchimento, almeno di tolleranza.

Autore

Cristina Bombelli

Cristina Bombelli

E' fondatrice e presidente di Wise Growth. E’ stata professore presso l’Università di Milano Bicocca e per anni docente della Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi. Ha fondato, presso la SDA Bocconi, il laboratorio Armonia, un centro di ricerca sul diversity management sostenuto da un network di imprese. E’ stata visiting scholar presso l’Università di La Verne, California. E’ pubblicista e autrice di numerosi articoli sui temi del comportamento organizzativo e della gestione delle diversità. E' stata presidente per alcuni anni della fondazione “La Pelucca” onlus di Sesto San Giovanni. E' certificata IAP di THT (Trompenaars Hampden - Turner) per la consapevolezza interculturale. Ha pubblicato numerosi libri tra i quali i più recenti: Alice in business land, diventare leader rimanendo donne, Guerini & Assocati, 2009; Management plurale, diversità individuali e strategie organizzativa, ETAS, 2010; Un manager nell’impero di mezzo, Guerini & Associati, 2013; Generazioni in azienda, Guerini & associati, 2013.

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