Diversity Lavoro e Management

La costruzione dell’identità: trovare il proprio posto nel cerchio della vita

Cristina Bombelli

Nel crescere ciascuno di noi cerca il proprio posto nel cerchio della vita, il proprio senso di esistere, i valori che costituiscono la linfa dello sviluppo e le relazioni che colorano e rispecchiano il proprio essere.

Possiamo chiamare questa costruzione identità, il processo che porta alla differenziazione degli individui gli uni dagli altri.

L’identità personale, pur consolidandosi, non si può mai dire compiuta. Probabilmente si riducono le possibilità, ma vi sono sempre spazi di cambiamento, riassestamento e modifica.

Sono molte le considerazioni che si possono sviluppare a partire da questa breve introduzione: in particolare vorrei soffermarmi sulle modificazioni dell’identità maschile e femminile nella costruzione del rapporto con il lavoro.

Uno spaccato, quindi, magari minuscolo, ma utile per comprendere una serie di dinamiche che ci si trova ad affrontare quotidianamente nel contesto organizzativo.
Il cambiamento più vistoso riguarda sicuramente le donne: affrancate dalla necessità del matrimonio, che era lo sbocco previsto e prevedibile, hanno iniziato a studiare materie sempre più complesse e alcune anche molto distanti dal loro ruolo tradizionale, scoprendo di poter arrivare a grandi risultati. Hanno iniziato a lavorare, magari in un primo tempo per contribuire all’economia familiare, ma poi prendendoci sempre più gusto e scoprendo, un po’ alla volta, che si può tenere insieme, magari con fatica, carriera e famiglia. Un percorso impegnativo ma di soddisfazione.

Questo itinerario, come tutti quelli di costruzione dell’identità, del proprio posto nel cerchio della vita, non è frutto esclusivamente di decisioni personali ma si inserisce in uno spazio sottoposto a diverse pressioni: i desideri degli altri, soprattutto dei genitori e della famiglia di origine; ma anche la dimensione sociale e culturale in cui si è inseriti, che rimanda l’immagine della “brava mamma” o moglie o lavoratrice. Alla fine ciascuno di noi è il risultato di questa negoziazione – a volte implicita, altre esplicita – che assume le configurazioni di uno scontro tra i nostri personali desideri e quanto ci viene richiesto dagli altri significativi.

Per le donne una strada non facile, quindi. Pressate tra gli ammonimenti materni, le richieste di perfezione provenienti dal mondo e da sé stesse e le domande di coloro (figli, partner, genitori anziani, amici) che richiedono ascolto e dedizione.

E gli uomini?
Il maschile e il femminile si misurano in modo simmetrico e co-evolvono, sia dal punto di vista individuale che familiare e sociale. Gli uomini, spesso dimenticati in questo grande cambiamento, forse hanno subìto – in un primo tempo – l’attribuzione del ruolo di “breadwinner”. Successivamente però è emerso anche il lato rassicurante: per molti di loro infatti è stato un respiro di sollievo non essere più gli unici depositari delle responsabilità familiari e poterle condividere con una compagna più forte e più assertiva del passato. I papà hanno anche scoperto che alcuni aspetti del lavoro di cura possono essere gratificanti, perché saldano quella relazione con i figli che per anni è stata un’occasione persa, spesso un vuoto desolante. I “nuovi padri” non hanno più paura di mostrarsi affettuosi e di accudire amorevolmente la propria prole, anche in luoghi pubblici.

Una tendenza, ovviamente, che però si consolida nelle singole vite in modo completamente diverso, proprio perché anche gli uomini (e i padri) sono sottoposti alle pressioni che dicevamo prima: quelle delle attese della famiglia di origine, dell’immagine approvata socialmente e, in modo diverso dal femminile, dal gruppo dei pari.

In questi giorni gira sul web un piccolo racconto “Io non aiuto mia moglie” che, magari in modo un po’ enfatico, racconta un cambiamento di prospettiva. L’ottica nuova è io non “aiuto” mia moglie, ma condivido il lavoro necessario a nutrirci, vivere in un ambiente pulito, abbigliarci e così via.

Questo cambiamento – ovviamente – non sempre è il “comune sentire”, infatti c’è ancora chi giudica deboli gli uomini che si dedicano a compiti “da femminuccia”; ciononostante costituisce un importante segnale di cambio di mentalità

Gli spazi a disposizione di ciascuno per la propria crescita identitaria cambiano sostanzialmente nelle culture sociali, nei segmenti culturali e in quelli organizzativi della società. Convivono quindi situazioni in cui si sono aperti canali di comunicazione e cambiamento significativi con altri ambiti che invece permangono di un maschilismo estremo, in cui l’equilibrio di genere si gioca ancora su schemi di separazione e incomunicabilità.

Nel mondo del lavoro è interessante notare come l’equilibrio culturale di genere, e quindi le identità lavorative esprimibili in un contesto, possa assumere caratteristiche molto differenti. Alcune di queste identità, per gli uomini, non si manifestano tanto nella visione del breadwinner, quando nella cultura dell’eroe: colui che – per il bene dell’azienda – è raggiungibile a qualsiasi ora, si sacrifica fino a notte fonda, sprona i propri collaboratori a combattere, sempre con la spada in pugno e lo scudo in asse per guadagnare quote di mercato. Ma quando i soldati troveranno il coraggio di dire basta se il potere è quasi assoluto?

Ogni cultura ha i propri eroi, che sono i simboli riconosciuti e i modelli a cui tendere. Comprendere questa narrazione, spesso implicita, significa anche fare i conti con le possibili sovrapposizioni dei valori delle persone – i loro propri desideri – e la proposta che l’organizzazione offre. I miti impliciti nella cultura organizzativa, di fatto, selezionano i condottieri, spesso senza lasciare spazio per la versione femminile.

Non esiste quindi un unico modo di costruire la propria identità, ma ciascuno, facendo i conti con le pressioni descritte e i propri desideri, deve trovare la sua strada.

Osservare come si rinnova l’equilibrio di genere è importante non soltanto in termini valoriali ma anche dal punto di vista pragmatico, perché il maschile non vive senza il femminile e viceversa.

Autore

Cristina Bombelli

Cristina Bombelli

E' fondatrice e presidente di Wise Growth. E’ stata professore presso l’Università di Milano Bicocca e per anni docente della Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi. Ha fondato, presso la SDA Bocconi, il laboratorio Armonia, un centro di ricerca sul diversity management sostenuto da un network di imprese. E’ stata visiting scholar presso l’Università di La Verne, California. E’ pubblicista e autrice di numerosi articoli sui temi del comportamento organizzativo e della gestione delle diversità. E' stata presidente per alcuni anni della fondazione “La Pelucca” onlus di Sesto San Giovanni. E' certificata IAP di THT (Trompenaars Hampden - Turner) per la consapevolezza interculturale. Ha pubblicato numerosi libri tra i quali i più recenti: Alice in business land, diventare leader rimanendo donne, Guerini & Assocati, 2009; Management plurale, diversità individuali e strategie organizzativa, ETAS, 2010; Un manager nell’impero di mezzo, Guerini & Associati, 2013; Generazioni in azienda, Guerini & associati, 2013.

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