Diversity Donne Empowerment

#DRESSLIKEAWOMAN – Immagine, abbigliamento, identità

Lucilla Bottecchia

Ancora oggi, o forse oggi più che mai, l’immagine che proponiamo di noi stesse racconta in modo immediato e spesso unico chi siamo, in cosa crediamo, che cosa cerchiamo. Per le donne che lavorano, verso le quali gli stereotipi sono ancora presenti e ‘invalidanti’, questo è ancora più vero e difficile da gestire: come non arrendersi agli stereotipi affermando noi stesse e la nostra femminilità in modo autorevole e credibile? Facile! Prima di tutto sapendo che gli stereotipi esistono, in secondo luogo che non tutti (per voglia o mancanza di tempo) vanno oltre la prima impressione ed in fine essendo consapevoli di chi siamo e che ruolo abbiamo o vogliamo avere.

Erano passate solo poche settimane dalla sua elezione a Presidente degli Stati Uniti quando Donald Trump ha sentito il bisogno di esprimersi su un tema per lui centrale nella vita, nella campagna elettorale ed evidentemente anche nel programma politico: le donne.
Secondo quanto riferito dalla stampa americana – grazie alle indiscrezioni di una dipendente della Casa Bianca – il presidente degli Stati Uniti ha richiesto un dress code alle sue dipendenti. Nelle indicazioni si invitano le donne a indossare abiti più femminili, a vestirsi più “da donne”, in sintesi: “DRESS LIKE A WOMAN!”.

In genere quando esiste un dress code tutto diventa più semplice: rispetti il dress code “sei dentro”, non rispetti il dress code “sei fuori!” (come avrebbe tuonato lo stesso Trump solo qualche anno fa quando, in un ruolo completamente diverso, era il giudice del talent ‘The Apprentice’).

Naturalmente questa richiesta non è passata inosservata e ha scatenato un grande dibattito su come, anche volendosi adeguare, le donne nei diversi ruoli dovessero vestirsi: cosa significa ‘vestirsi come una donna’, ma soprattutto ‘quale donna’? Ed ancora ‘in quale occasione’? (in riunione? in sala operatoria? in un’officina? su una navicella spaziale?)

La prima cosa che viene da pensare è che il Presidente abbia della ‘donna’ un’immagine mono dimensionale, stereotipata e soprattutto etero riferita; insomma, come se vestirsi da donna volesse dire avere un ruolo chiaro e, presumibilmente, ‘decorativo’.

Su Twitter con l’hashtag #DressLikeAWoman, migliaia di lavoratrici in tutto il mondo, indignate da questa richiesta, hanno giustamente ribadito la loro pluralità identitaria, i differenti ruoli e la libertà, pubblicando fotografie e immagini che le ritraggono in uniforme da poliziotta, tuta militare, camice da medico o semplicemente durante il normale svolgimento del proprio mestiere.

Anche ‘AstroSamantha’ è scesa in campo, in tuta da astronauta per sostenere le sue ‘sorelle’.

Tuttavia il fatto che l’uomo più potente al mondo – eletto democraticamente e quindi con numerosi sostenitori – abbia ancora queste aspettative nei confronti della donna, dentro e fuori casa, deve farci riflettere circa la superficialità o ingenuità con cui ancora tante di noi si occupano della loro immagine non considerando il fatto che spesso è su quella che veniamo, se non giudicate, almeno ‘decodificate’.

Questo tema, oltretutto, è assolutamente trasversale ai generi ma gli uomini hanno due grandi vantaggi rispetto a noi donne: in primis hanno (nella maggior parte dei ruoli) molte meno opportunità di scelta in termini di outfit, ma soprattutto sono molto più identificati con il loro ruolo professionale, ed hanno quindi meno bisogno di esprimere chi sono e la loro unicità anche durante il tempo lavorativo.
Tornando a noi, spesso mi capita di confrontarmi con amiche, colleghe, clienti, pazienti che sostengono che “l’importante è essere sé stesse”, “non si giudica dalle apparenze”, “questa è la mia personalità e non voglio reprimermi!”, “non si può sentire che nel XXI Secolo si debba ancora giudicare dalle apparenze!”. Certo, tutto assolutamente vero e condivisibile in linea di principio, o meglio idealmente, ma la realtà è diversa: gli stereotipi, in particolare nei contesti aziendali, esistono e negarli significherebbe solamente lottare con “i mulini a vento” e sobbarcarsi un’altra inutile fatica.

Non vogliamo rinforzare o irrigidire ulteriormente gli stereotipi ma è dimostrato che per cambiare uno stereotipo è necessario molto tempo e soprattutto diversi ‘role model’; la gestione consapevole dell’immagine è un passaggio obbligato per andare e ricoprire quei ruoli in cui, ad oggi, le donne sono ancora poco presenti.

Alla fine, quindi, la domanda è sempre la stessa: voglio fare carriera in questa multinazionale, banca, agenzia di pubblicità? Se la risposta è sì (davvero sì) allora dovrò fare in modo che la mia immagine, (non necessariamente “io”), sia, se non d’aiuto al perseguimento di questo obiettivo, almeno non di ostacolo.

Come avviene nei test delle pubblicità ciò che è fondamentale perché una campagna sia efficace è che comunichi esattamente il messaggio che la Marca o il Prodotto vuole esprimere di sé in quel momento, senza ‘distrazioni’, senza ‘fraintendimenti’, ma coerentemente con la propria identità, unicità e distintività.

Ecco quello che tutte noi dobbiamo imparare a fare: essere consapevoli che gli altri ci giudicano secondo quelli che sono i loro stereotipi (e spesso non vanno oltre) e quindi imparare ad esprimere la nostra professionalità e competenza – non in discussione – nel modo più efficace e credibile possibile occupandoci, in modo consapevole, di avere un’immagine che non interferisca e non ci ostacoli.
E quindi cosa dobbiamo tirare fuori dall’armadio?
Prima di tutto qualcosa che ci piaccia e sia in grado di valorizzare il nostro aspetto (se ci sentiamo bene si vede e ‘si sente’) senza dimenticare la “cultura” dell’Azienda in cui lavoriamo (ricordiamo tutte Melanie Griffith in ‘Working Girl’ e la più giovane Anne Athaway in ‘Il Diavovo veste Prada’), il ruolo che ricopriamo e infine l’occasione nella quale ci presentiamo (il primo incontro con un nuovo cliente, una presentazione importante, un aperitivo di lavoro, un colloquio, un casual friday…).

Quindi cominciamo a considerare la nostra immagine lavorativa come una delle leve del nostro successo professionale e non più come una crociata identitaria ma soprattutto divertiamoci: abbiamo solo opportunità!

Certo è che se anche in Italia dovesse diventare Presidente del Consiglio l’ex giudice di ‘The Apprentice’ Italia, Flavio Briatore, non avremmo dubbi su come le donne dovranno vestirsi…

Autore

Lucilla Bottecchia

Lucilla Bottecchia

Laurea in Psicologia presso l'Università di Padova, psicoterapeuta segue l'approccio centrato sulla persona di Carl Roger. Supporta gli individui e le organizzazioni in materia di diversità e inclusione, cercando la convergenza della realizzazione individuale con gli obiettivi organizzativi. Il suo interesse principale sono le aree di genere: equilibrio vita/lavoro, rientro dalla maternità in azienda ed empowerment. E' certificata IAP di THT (Trompenaars Hampden- Turner) per la consapevolezza interculturale. Per oltre 15 anni ha lavorato nel marketing come Marketing Research Director a livello italiano ed internazionale. E' stata anche docente presso il Dipartimento di Marketing dell'università Bocconi e SDA Bocconi Business School di Milano. Coautrice di .”Maternità, lavoro, vita” in Girelli L., Mapelli A. (a cura di), “Genitori al lavoro. L’arte di integrare, figli, lavoro, vita” GueriniNext 2016.

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