Donne Maternità e genitorialità

Maternità: il match più difficile

Lucilla Bottecchia
Parlare e confrontarsi sulla maternità dando ‘diritto di cittadinanza’ anche ai lati meno patinati e romantici è determinante per mitigare l’ansia della responsabilità e la paura di non essere sufficientemente perfette nel ruolo di madre (e in tutti gli altri ruoli che una donna oggi si sente di dover ricoprire). Forse sono anche questi i fattori che oggi bloccano molte donne nella scelta di diventare madri.

Qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, due articoli mi hanno colpita, fatto riflettere ma anche dato speranza.

Due articoli relativi alla tematica della maternità, apparentemente slegati tra loro ma, appunto, solo apparentemente.
Il primo un articolo Alessandra Arachi commenta un dato Istat dal qual emerge un’evidenza sempre più sotto gli occhi di tutti, soprattutto nei grandi centri metropolitani: una donna su due tra i 18 ed i 49 anni non diventa madre. Non si tratta più quindi di un mistificato “calo delle nascite”, quanto di una vera e propria rivoluzione culturale all’interno della quale il ruolo della donna nella società viene ancora una volta ridefinito e non sembra più essere quello di fare figli.

Il secondo, di Elvira Serra, si occupa della leggendaria tennista Serena Williams, vincitrice di 23 Slam (solo 1 in meno della tennista dei record, Margaret Court) l’ultimo dei quali in Australia incinta della sua primogenita Olympia. L’articolo riguarda un’intervista rilasciata dalla neo mamma a Vogue America dove, seppur in fiammante abito rosso, rivela la paura ed i sensi di colpa per le emozioni ambivalenti verso la figlia, la difficoltà a capire ed accettare sensazioni così contrastanti e differenti, il senso di inadeguatezza e la fatica. Un disorientamento, un’angoscia e una solitudine che la spingono a chiedere supporto ai fan che in milioni la ‘seguono’ su Twitter ed Instagram.
Insomma Serena davanti al mondo ammette la sua fragilità.
Lei che ha vinto tutto, che è scesa nell’arena più forte (e vera) del Gladiatore, come può trovarsi impreparata ed in difficoltà davanti ad un ‘esserino’?
Ecco, leggere questi 2 articoli in rapida successione mi ha fatto pensare che le due tematiche potessero avere un legame, che forse la scelta di non diventare madre (certo non per tutte le donne che non diventano madri questa è una scelta) sia anche legata alla paura di ‘non essere all’altezza’ di quella responsabilità, di dover rinunciare a parti di sé, di non essere sicure del momento in cui farlo, del compagno con cui farlo ed anche di dover continuare ad essere ‘quella di prima’.

Ma forse sentire un personaggio pubblico, una donna fortemente investita sul lato professionale della sua vita, che si espone condividendo queste ‘ombre della maternità potrà essere utile per far sì che tutte queste paure, di cui non è ancora legittimo parlare, possano esser portate alla luce ed essere quindi meno ‘spaventose’.

L’articolo sulla Williams fa dire: “Finalmente se ne può parlare!

Si può dire che la maternità non è in assoluto la “cosa più bella del mondo”, è forse meglio dire che lo è a tratti e che come tutto è un’esperienza a “luci ed ombre”, che si impara col tempo, che l’istinto materno forse è stato distribuito con diversa intensità nel campione femminile…

Eppure quelle parole penso siano risuonate anche in quelle mamme perfette che dichiarano sempre che va tutto bene, che è tutto bellissimo, che i loro bambini sono bravissimi e loro sono le donne più realizzate e felici del mondo.
Penso che anche loro abbiamo sentito un nodo allo stomaco ripensando a quei momenti di cui parla la Williams e che anche a loro, come a me, sia venuta voglia di abbracciare la tennista per farla sentire meno sola e meno sbagliata e dire: “ehi è tutto normale, va tutto bene! I dentini crescono e tu diventi più capace di capire… diventi una ‘mamma’!

Insomma queste condivisioni autentiche sulla maternità penso possano aiutare le donne a parlare e confrontarsi sullo scarto relativo ai modelli fantasticati ed idealizzati in virtù di una maggiore consapevolezza della realtà ed una maggiore adesione alla vita nelle sue dimensioni più autentiche. E quindi rendere la maternità più pensabile, e speriamo, per chi la desidera, raggiungibile.

Autore

Lucilla Bottecchia

Lucilla Bottecchia

Laurea in Psicologia presso l'Università di Padova, psicoterapeuta segue l'approccio centrato sulla persona di Carl Roger. Supporta gli individui e le organizzazioni in materia di diversità e inclusione, cercando la convergenza della realizzazione individuale con gli obiettivi organizzativi. Il suo interesse principale sono le aree di genere: equilibrio vita/lavoro, rientro dalla maternità in azienda ed empowerment. E' certificata IAP di THT (Trompenaars Hampden- Turner) per la consapevolezza interculturale. Per oltre 15 anni ha lavorato nel marketing come Marketing Research Director a livello italiano ed internazionale. E' stata anche docente presso il Dipartimento di Marketing dell'università Bocconi e SDA Bocconi Business School di Milano. Coautrice di .”Maternità, lavoro, vita” in Girelli L., Mapelli A. (a cura di), “Genitori al lavoro. L’arte di integrare, figli, lavoro, vita” GueriniNext 2016.

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