Conciliazione Lavoro e Management

Vivere al meglio il ruolo di cura: prendersi cura di chi cura

Elisabetta Fulli
Scritto da Elisabetta Fulli

L’innalzamento della vita media e l’invecchiamento della popolazione italiana hanno e avranno rilevanti ripercussioni sulla vita della generazione successiva, e in particolare su quella delle donne. In Italia sono circa 13,4 milioni gli over 65 che si affidano alle cure di un familiare, che in genere nel pieno dell’attività lavorativa deve occuparsi di genitori o parenti che richiedono un supporto crescente nella vita di tutti i giorni.

Le caregiver familiari sono donne tra i 40 e i 60 anni che, per occuparsi di un familiare anziano, si trovano a ridefinire in modo graduale, e spesso non deliberato e intenzionale, priorità, equilibri di vita, impegni lavorativi. Un impegno gravoso e crescente le cui cause sono tutte italiane: carenza del sistema socio assistenziale, che non offre servizi e strutture adeguate, e decisa impronta familista del sistema culturale italiano, per cui la famiglia (le donne, nella maggior parte dei casi) si fa carico di chi ha bisogno di cura (con o senza l’aiuto di una badante). In alcuni casi questo carico porta le donne a ridurre o addirittura abbandonare l’attività lavorativa (un fenomeno su cui non è facile avere dati), che per molte di loro è un ambito di realizzazione importante, oltre che una fonte di reddito.

Prendersi cura di un familiare anziano richiede tempo, energie e risorse crescenti e proprio la familiarità espone il caregiver a una partecipazione emotiva che ne accentua la vulnerabilità e la espone a vivere sentimenti contraddittori.

Al senso di responsabilità e al desiderio di accompagnare nel modo migliore i genitori nella vecchiaia (che può essere anche molto lunga) si associa spesso la fatica per un compito molto gravoso, un sentimento di isolamento e di solitudine, oltre che di impotenza.

Nascono allora alcune domande, che possono essere una traccia per ritrovare un punto di equilibrio soddisfacente:
Come conciliare le esigenze della propria vita con le necessità di un anziano che ha sempre più bisogno di supporto?
Come fare i conti con la fatica e il senso di colpa che assale il caregiver familiare quando considera l’anziano un “peso” molto gravoso da portare?

Le risposte e le soluzioni possono essere diverse, a seconda delle energie, del sistema valoriale, delle risorse, delle esigenze personali e degli stili di vita. Ma al di là della configurazione che prenderà la vita della caregiver, per trovare la propria ricetta è determinante rientrare in contatto con sé stesse per trovare un equilibrio tra la cura dell’anziano e l’attenzione a sé stesse, alle proprie necessità.

Talvolta può accadere che le aspettative e i bisogni dell’anziano che riceve cure influenzino il caregiver, la percezione chiara dei propri bisogni e delle esigenze, producendo una situazione di confusione indistinta, in cui si fatica a distinguere l’altro da sé.

Rientrare in contatto con sé stesse è possibile attraverso attraverso due traiettorie essenziali: lo sviluppo di una maggiore consapevolezza di sè e una pratica costante di cura di sè.

Sviluppare una maggiore consapevolezza di sé, è il primo elemento determinante per ricollegarsi ai propri bisogni e alle proprie esigenze.

Per consapevolezza di sé si intende:

  • Consapevolezza delle proprie emozioni. Sviluppare la capacità di essere in contatto con le proprie emozioni: saperle riconoscere, dare loro un nome e legittimarle, anche quelle più scomode e imbarazzanti. Le emozioni ci mettono in contatto con il nostro sé autentico e profondo, con i nostri bisogni e i nostri desideri. La rabbia, la fatica possono essere segnali importanti per una situazione che sentiamo faticosa, al di sopra delle nostre possibilità. Tenere conto delle emozioni ci permette di correre ai ripari per ripristinare un equilibrio che tenga maggiormente conto di noi stesse e ci consente di governarle, di non esserne sopraffatte, di evitare l’esasperazione e il burn-out.
  • Riconoscimento e legittimazione del proprio limite personale. L’esperienza della cura di un anziano differisce su un punto sostanziale dalla cura dei bambini: l’autonomia e l’indipendenza dell’anziano sono destinate a diminuire in modo crescente, richiedendo un sempre maggiore coinvolgimento del caregiver. È proprio questo processo che può condurre la caregiver a non accorgersi di aver oltrepassato i propri limiti (fisici, di tempo, emotivi) di aver attinto a tutte le risorse disponibili. Ma la mancanza di senso del limite può essere dovuta anche ad una dimensione psichica di senso di onnipotenza che ci fa illudere che riusciremo a cavarcela da sole, ad assistere i grandi vecchi fino alla fine, sobbarcandoci tutte le responsabilità, i costi emotivi, le attività e le organizzazioni necessarie. È necessario allora ristabilire quella giusta distanza che ci permette di ripristinare il senso del limite, di ciò che è possibile, sostenibile, tollerabile.
  • Conoscenza delle proprie motivazioni. Anche su questo tema le buone domande aiutano: perché lo faccio? Per chi lo faccio: per me, per lui/lei? Fino a dove voglio e posso essere disponibile?
L’altro ingrediente per rimanere in contatto con sé stesse è la cura di sé.

Per chi presta cura è importante alimentare e rigenerare le proprie risorse, emotive e fisiche, le energie, per evitare la dispersione, la deprivazione. Ciò è particolarmente rilevante se si tiene conto del fatto che nella maggior parte dei casi la caregiver è una donna tra i 50 e i 60 anni che attraversa lei stessa una fase di passaggio cruciale dell’esistenza, che ne può accentuare la sensibilità e la fragilità.

Prendersi cura di sé vuol dire individuare e realizzare le pratiche per rigenerarsi e recuperare energie e motivazione. Conservare e preservare “una stanza tutta per sé” (mettendo a frutto l’insegnamento di Virginia Woolf), un proprio centro interiore dove potersi raccogliere, tornare a sé stesse. Ognuna saprà individuare e coltivare le proprie attività rigeneranti, le buone pratiche che permettono di ricollegarsi a sè stesse, che restituiscono un senso pieno dell’esserci: amicizie significative, cinema, letture, attività fisiche, il lavoro…

Quindi individuare le proprie “buone cure” ma anche applicarle con rigore ed impegno.
Nelle donne la consapevolezza della necessità di prendersi cura di sé, per quanto convinta e chiara, spesso è associata a una difficoltà a mettere in atto tale cura di sé, per una tendenza a mettere in primo piano i bisogni e le aspettative degli altri, trascurando o lasciando in secondo piano i propri bisogni e desideri. E questo accade con maggiore incidenza quando l’altro, a cui prestiamo cura, diventa sempre più fragile e bisognoso di assistenza.

Perciò chi ha cura ha bisogno di cura, ha bisogno cioè di saper guardare a sé stessa con un nuovo sguardo, che restituisca senso al proprio agire e interezza e integrazione alle diverse parti di sé.

Autore

Elisabetta Fulli

Elisabetta Fulli

È consulente HR, trainer e coach. Da più di 25 anni si occupa di formazione, valutazione e sviluppo. È laureata in antropologia culturale, con un master in counseling e sviluppo organizzativo, orientamento psico-sociale. Ha coniugato il lavoro nelle organizzazioni, a supporto degli individui e dei team, con la passione per la psicoanalisi e la sociologia. Dopo un’esperienza come Responsabile dei Servizi di Marketing in una multinazionale informatica, ha lavorato per 15 anni come Senior Consultant nell’ambito HR di una grande Società di Consulenza. Dal 2007 è consulente free-lance. Ha maturato una solida esperienza nella progettazione ed erogazione di attività formative e coaching e nella realizzazione di interventi di Assessment/ Development Center. Come trainer si è occupata di people management e leadership, soft skills, empowerment e leadership femminile, diversity. Come coach ha condotto percorsi individuali e di team coaching. Come assessor si è occupata di valutazione di posizioni manageriali e di recruiting di professional e manager. Nata a Roma, dal 1987 vive e lavora a Milano, ha 3 figli. Ha una passione per le narrazioni di storie personali: la letteratura, soprattutto femminile, la psicoanalisi, il cinema e l’arte moderna e contemporanea.

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