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Intervista a Claudia Chiappino, la prima donna in Italia a dirigere un sito estrattivo

Mario Moisio
Scritto da Mario Moisio

Claudia Chiappino, laureata in ingegneria mineraria (che oggi si chiama “Ambiente e Territorio”) è la prima donna in Italia ad assumere la direzione di un sito di estrazione.

Di seguito pubblichiamo l’intervista rilasciata a Mario Moisio per il numero di settembre di Marea.

Prima ancora di chiederti come vivi questo primato nell’industria mineraria, vorrei chiederti se e quanto esiste un senso di eccezione nel tuo lavoro che contempla il regno minerale, che può sembrare cosí duro, eccessivamente duro?

Esitono sicuramente molti aspetti particolari, tra i quali l’essere vista come un’eccezione in quanto donna, ma non solo, perché questa è solo una delle delle differenze. La direzione di una cava è una sorta di istituzione che comporta un rischio di esclusione dalla vita reale, soprattutto per l’essere una figura a sé stante: per tradizione «il direttore è il direttore»… Io non sono di Carrara, sono donna, e, infine, la mia laurea è in ingegneria e non in geologia, che è stata storicamente l’unico titolo di studio “valido” nel carrarese. Oggi per cave con piú di quindici dipendenti la figura del perito o del geometra non è piú sufficiente, ma serve una laurea in geologia o in ingegneria. Tale vincolo legislativo ha avuto un certo impatto sulla cultura professionale e ha sconvolto gli equilibri di aziende familiari che da sempre attingevano personale non solo nella provincia, ma addirittura nella stessa valle. È un mondo sicuramente particolare, di dinamiche complesse, antropologicamente molto interessante.

Cosa ti ha spinto agli studi di ingegneria che ha differenti specializzazioni e apre opportunità in molti settori, e come sei approdata a una carriera nell’industria estrattiva?

Sin da piccola avevo una grande passione per raccolta delle pietre. La facoltà di ingegneria fu uno sbocco naturale per me. Era una facoltà notoriamente difficile, poco politicizzata ma roccaforte di stereotipi maschilisti. Le donne erano una minoranza e, in particolare in alcune specializzazioni come la mia, considerate perdenti in partenza, inadatte a luoghi di lavoro quali cantieri o gallerie, ritenute incapaci di sostenere resistenza fisica o competizione. Ricordo sempre che durante una lezione ho sentito un docente affermare: «in questo corso non c’è spazio per donne, geometri e meridionali». Era il 1989 e io rientravo in due delle tre categorie essendo anche geometra; ho reagito pensando “vuoi vedere, invece, che io mi laureerò e sarò anche molto piú brava di costui?”. Dopo la laurea è arrivato il tempo dei colloqui: le aziende erano di due tipi: in alcune scattava un no a priori alle donne, altre sembravano meno discriminatorie, ma poi, nonostante ottimi giudizi sulla persona e sul curriculum scolastico, non se la sentivano di investire nell’assunzione di una donna. Almeno alcune società erano cosí sincere da ammetterlo. Per me la svolta arrivò nel 1998 quando un dirigente italiano illuminato di una multinazionale britannica mi diede fiducia per un ruolo prestigioso di “Quarry Manager” (figura di capo ufficio cave), che riportava in linea gerarchica a due manager stranieri: un grande passo per la mia carriera e per la parte italiana dell’azienda che iniziò a superare stereotipi e provincialità. Il mio secondo lavoro ruppe una tradizione di assunzioni maschili nel ruolo tecnico da parte di un altro manager veramente illuminato. Ora sono responsabile di una cava con venticinque persone.

Il settore estrattivo si può dire che nasca con la civiltà stessa; esiste una documentazione sulla storia del ruolo donne? Ed esistono stereotipi che dall’esterno non sono visibili o intuibili?

Sí, ed è una questione molto importante. Quella delle donne è stata storicamente una presenza forte, un ruolo fondamentale ma subalterno. Il mondo minerario è stato caratterizzato da grandi tragedie e alle donne è spettato il compito di pilastro della famiglia, dovendosi accollare tutti i doveri e le responsabilità del marito defunto; pertanto erano costrette a fare molto di piú del lavoro domestico. Per esempio, la Sardegna è stata sin dalle origini delle civiltà mediterranee un polo minerario: l’essere vestite di nero era un segno di lutto costante perché ogni donna aveva perso almeno un familare in un disastro minerario. Si può spiegare anche la leggenda delle donne che portano sfortuna in miniera: deriva dalla tradizione arcaica in cui era concesso loro di varcare l’ingresso delle miniere o delle cave solo in caso di tragedie, allo scopo di riconoscimento dei cadaveri. C’è poi una considerazione centrale sul ruolo femminile nell’industria estrattiva: come i bambini, erano impiegate nella mansione di cernita dei minerali, un compito importante ma sottopagato, accettato per arrotondare la già misera paga del marito. Accadeva fino a pochi decenni fa, con compensi minimi. Una sorprendente eccezione è rappresentata dal blocco dei Paesi ex sovietici, dove le donne sono presenti in miniere e cave alla guida di macchine operatrici anche sotterranee, ma si può dire che tale prassi non si sia diffusa nel resto d’Europa. Infine, voglio ricordare un incontro che mi fa ancora venire la pelle d’oca: la signora Rosetta, una vita da cernitrice alla miniera di manganese di Gambatesa, in Liguria. Il suo lavoro si svolgeva a gambe aperte a cavallo del nastro trasportatore, per separare il minerale buono dalle rocce. Il nostro incontro fu commovente, siamo riuscite a metterci in contatto attraverso due giornalisti e ci siamo volute fortemente conoscere di persona. Tra noi c’erano tre generazioni di differenza, ma la passione per le miniere in comune e nel nostro sangue. Ecco, se da piccola ero affascinata dalla parte tecnica dell’industria estrattiva, dalla tecnologia che consentiva di entrare nelle viscere della terra, ora è anche il lato umano a coinvolgermi, dopo essere stata testimone di tante storie cosí intense.

I Carrarini – correggimi se sbaglio – sono quasi “un mondo a parte”: orgogliosi e diversi da tutti, simpatie tendenzialmente anarchiche, quasi un gruppo chiuso, non si definiscono neanche toscani: non proprio i presupposti migliori per una realtà professionale inclusiva.

È un mondo a parte non omologato a nulla, però il fatto di essere donna è solo un aspetto della differenza: avrebbero molta piú diffidenza od ostilità nei confronti di un uomo che esercita il comando senza comprendere la durezza del lavoro: il giudizio alla fine si forma sul valore della persona, non sui ruoli imposti. Il mio lavoro è consistito anche nel conquistare tutto ciò. La lingua in uso in cava è il dialetto, che ho dovuto imparare; esiste anche un dizionario italiano-carrarese, ed esiste un termine tecnico specifico per tutto: è un dialetto ad alta precisione ed efficacia. Nessuno si adegua a un linguaggio diverso, e io continuo tuttora ad apprendere. «Pelo furbo», per esempio, è la frattura non visibile nel marmo che si apre solo nel momento in cui si taglia il blocco: «furbo» perche nascosto prima del taglio. Nessun docente del Politecnico conosce queste cose che si imparano solo in cava.

Come è stato modificato ai nostri giorni il lavoro in cava dalla tecnologia? La donna ha potuto trarre vantaggio da questa evoluzione?

Non proprio, almeno in modo diretto, il lavoro manuale rimane prevalente anche se sicuramente supportato da macchinari migliori. Il lavoro direttivo no perché resta comunque marginale rispetto all’estrazione. Tocca a noi far percepire il valore della sicurezza. Accanto alla tradizione e all’esperienza («la montagna canta» significa che si deve porre attenzione agli scricchiolii), esistono tecnologie moderne come i sofisticati sistemi di misurazione degli spostamenti, ma la montagna ha una sua “fisicità” che non è stata intaccata dall’apporto tecnologico. Farne comprendere il valore è una sfida. Oggi, per esempio, esistono centraline contro il colpo di calore, che misurano temperature e umidità calcolando la temperatura percepita: oltre un certo valore bisogna interrompere il lavoro: è l’esempio di un’innovazione tecnologica recente che deve essere compresa, non soltanto imposta.

La tecnologia riduce gli imprevisti, la paura dell’improvviso, del rischio e del pericolo, ma esistono sempre dei limiti. Quanto la personalità influisce e può compensare ciò che la tecnologia non può gestire?

È fondamentale in questo settore. I cavatori sono soliti dire che «nella montagna non legge nessuno» ossia che è la montagna a comandare, a non essere dominata. Oggi possiamo sfruttare misurazioni e previsioni scientifiche avanzate, ma incombe sempre il rischio del cosiddetto imprevisto geologico, su cui nessuna tecnologia di sicurezza, nessuna certezza tecnologica potrà mai avere la meglio. Allora diventano fondamentali l’esperienza ma anche la capacità di gestione di un gruppo in cui emerge forte la figura del maschio alfa, il quale non ammetterà mai di avere paura, soprattutto di fronte a una donna. Serve un’altissima sensibilità, ma direi piú umana che tecnica, dove forse l’essere donna aiuta a costruire il valore aggiunto al fine di gestire le sfide della sicurezza in un gruppo. Personalmente non ho mai avuto problemi sul luogo di lavoro per discriminazioni, molestie, e nemmeno sguardi irriverenti o scortesie. Ho sempre cercato di costruire relazioni corrette e trasparenti con i colleghi, senza le quali, in un lavoro cosí difficile e pieno di pericoli, non si arriverà mai alla condivisione delle paure e alla gestione dei rischi. Il mio compito è anche questo, non solo di implementare gli impianti: se non si riesce a coltivare questo rapporto di fiducia si è fallito in partenza.

Autore

Mario Moisio

Mario Moisio

Mario Moisio è laureato in ingegneria chimica, ha lavorato in grandi multinazionali dove si è anche occupato di diversity. Ha pubblicato recentemente Le Nuove Famiglie – Diritti, doveri, laicità, modernità per Prospettiva Editrice; collabora con la rivista femminista Marea.

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