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La vittimizzazione secondaria: una forma di violenza di genere

vittimizzazione secondaria
Erminia Belli
Scritto da Erminia Belli
La vittimizzazione secondaria

La vittimizzazione secondaria è una tipologia ancora poco indagata tra le forme di violenza di genere riconosciute.

È una delle conseguenze più dolorose dei percorsi giudiziari che le donne che subiscono violenza domestica devono affrontare.


Si tratta di procedure e approcci che non riconoscono la violenza, oppure la minimizzano, mettendo in dubbio la credibilità delle donne.  Le vittime sono colpevolizzate per quello che hanno subito.
Inoltre, viene sottovalutato l’impatto della violenza assistita da figli e figlie e sono forzatamente imposte forme di bigenitorialità che consentono agli uomini maltrattanti di reiterare comportamenti abusanti nei loro confronti.

L’indagine della rete D.i.Re

Con l’indagine “Il (non) riconoscimento della violenza domestica nei tribunali civili e per i minorenni” la rete D.i.Re (Donne in rete contro la violenza)  ha fotografato nel dettaglio le modalità in cui si attua la vittimizzazione secondaria. L’indagine è stata presentata nel luglio 2021 ed è frutto del lavoro delle avvocate che supportano le donne nei centri antiviolenza della rete.

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Dallo studio emergono i seguenti punti problematici nella gestione della violenza domestica nei percorsi giudiziari:

•         Non si tengono in considerazione allegazioni e documentazione che provano la violenza subita dalle donne, che diventa “liti in famiglia”, una formulazione che pone la donna che subisce violenza sullo stesso piano dell’uomo che la agisce;

•         Si impongono, anche attraverso l’affidamento ai servizi sociali, forme di mediazione familiare, vietate dalla Convenzione di Istanbul in situazioni di violenza, che espongono donne e minori a gravi rischi di abuso;

•         Si sottopongono le donne a consulenze tecniche d’ufficio (CTU), che accusano le donne di essere madri ostative o alienanti e che i magistrati trascrivono nei propri decreti, arrivando fino a imporre la separazione forzata di bambini e bambine dalle madri per essere “rieduca-ti/e” alla relazione con il padre che rifiutano.

Sono evidenti le distorsioni di un sistema antiviolenza prigioniero di stereotipi e pregiudizi contro le donne. Queste procedure giudiziarie non proteggono adeguatamente le donne e i minori e impongono loro sofferenze ingiustificate, con conseguenze molto gravi.
Le vittime si trovano ad affrontare un calvario senza fine.

Il “Rapporto sulla violenza di genere e domestica nella realtà giudiziaria”

Quanto emerso dalla indagine di D.i.Re. riceve conferma dalle conclusioni del “Rapporto sulla violenza di genere e domestica nella realtà giudiziaria”.

Il Rapporto è stato predisposto dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, e approvato il 17 giugno 2021.

Nel rapporto si legge: “L’esito delle indagini svolte segnala, una sostanziale difficoltà, anche di tipo culturale, nella conoscenza del fenomeno. Ciò comporta – da parte di tutto il sistema – una sottovalutazione dei fenomeni di violenza di genere e domestica, che non viene «letta» correttamente. Per queste ragioni può affermarsi che vi è ancora molto da fare perché si possa ritenere che il nostro «sistema Paese» sia davvero democratico in quanto garantisce alle donne di essere libere da ogni forma di violenza.”

La Corte europea per i diritti umani

Una forma affine di vittimizzazione secondaria è presente nei processi per violenza sessuale, anche fuori dall’ambito familiare.
In questo caso è importante richiamare una sentenza del maggio 2021 della Corte europea dei diritti umani, che stigmatizza la delegittimazione delle vittime di stupro, ritenute corresponsabili delle violenze subite in base a valutazioni legate alla loro vita privata.

Tale pronunciamento censura la decisione della Corte d’Appello di Firenze che aveva ribaltato la sentenza di condanna degli imputati dello stupro di gruppo ai danni di una giovane donna, sulla base della presunta non credibilità della vittima a causa di una valutazione moralistica della sua vita privata.

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La Corte europea dei diritti umani ha riconosciuto che la tenuta del processo ha violato l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani, che stabilisce che “Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza”.

Secondo la Corte europea non è tollerabile che la situazione personale della vittima, le sue relazioni sentimentali, il suo orientamento sessuale e la sua scelta dell’abbigliamento, così come lo scopo delle sue attività artistiche e culturali, potessero essere rilevante per la valutazione della sua credibilità e della responsabilità penale degli imputati.
Queste violazioni della privacy e dell’immagine della donna non erano giustificate dalla necessità di salvaguardare i diritti di difesa degli imputati.

Nella sentenza di Strasburgo emerge che il linguaggio e le argomentazioni utilizzate dalla Corte d’Appello di Firenze sono il frutto di pregiudizi sul ruolo della donna che esistono nella società italiana e che rischiano di non proteggere in maniera effettiva dei diritti delle vittime di violenza di genere, nonostante il quadro legislativo interno sia teoricamente soddisfacente.

La sentenza di Strasburgo rende giustizia a tutte le donne che quando denunciano, devono affrontare un percorso giudiziario in cui subiscono vittimizzazione secondaria, con l’effetto di scoraggiarle dal presentare denuncia.

Ed è anche per questo che per le donne in situazione di maltrattamento domestico o violenza di genere è essenziale poter sentire l’appoggio di un centro antiviolenza e delle altre donne che lo compongono.

L’impegno del CADOM e di Wise Growth

Da anni affianco alla mia attività professionale, l’attività di volontariato presso il Centro Aiuto Donne Maltrattate di Monza e Brianza (CADOM OdV), dove oltre alla attività di “accoglienza” delle donne, svolgiamo attività di formazione, prevenzione della violenza economica con i nostri Laboratori “Le donne e la gestione del denaro”, gruppi di auto-mutuo aiuto, promozione del lavoro di rete con gli attori istituzionali e sensibilizzazione sul territorio.

Rispettando l’autodeterminazione e i tempi della donna vittima di maltrattamento, le operatrici del CADOM l’accompagnano nelle attività di denuncia presso la questura e la affiancano durante i processi, costruendo un legame di rispetto e solidarietà.

CADOM collabora inoltre con realtà come Wise Growth, impegnate nella creazione e promozione di una cultura del rispetto nelle organizzazioni.


Per approfondire leggi gli altri articoli su Diversity Management relativi alla violenza di genere:

Quali sono i costi della violenza sulle donne? di Mario Moisio

Autore

Erminia Belli

Erminia Belli

Laureata in Giurisprudenza, ha un diploma in Economia del Lavoro presso l’Università di Leiden, in Olanda, dove ha abitato alcuni anni. Ha una vasta esperienza in tematiche HR, maturata come responsabile a livello italiano e europeo di grandi multinazionali in settori diversi- dal manifatturiero all’hotellerie, dal Consumer alla Distribuzione- con particolare riferimento al Talent Management, allo sviluppo organizzativo, a merge & acquisition. Da sempre nutre interesse per i temi del Diversity Management. Da molti anni impegnata nel no profit, fa parte del Consiglio Direttivo del C.A.DO.M di Monza, un centro aiuto contro la violenza domestica che opera sul territorio di Monza e Brianza dal 1994. Il Centro offre colloqui di accoglienza a donne in situazione di maltrattamento domestico, supporto legale e psicologico, nonché svolge attività di prevenzione nelle scuole e formazione per operatori sociali, sanitari e giudiziari.

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