Donne Empowerment Gender Equality

Oltre i numeri: ripensare la rappresentanza di genere

Irene Brusini
Scritto da Irene Brusini

Questo articolo è un rielaborato della tesi magistrale “Rethinking political representation. A new measurement of gender equality in political representation in the EU” redatta dall’autrice per il Master in European and International Public Policy conseguito alla London School of Economics and Political Science. Il Gender Representation Index è stato sviluppato dall’autrice durante un periodo di tirocinio presso la sede ISTAT di Milano.


La rappresentanza di genere in politica e nella classe dirigente viene comunemente equiparata allo strumento che viene utilizzato per misurarla: il numero di donne che ricoprono cariche di potere in questi contesti.
Così, quello che dovrebbe essere uno strumento per misurare un ideale, ha sostituito il concetto stesso di pari rappresentanza nel pensiero comune.

L’accademia femminista sta ricercando nuovi strumenti per stimare questo aspetto, perché l’utilizzo del solo “numero” pecca di unidimensionalità. Ripensare a questa misura però influisce non solo sulla nostra percezione del concetto di parità genere, ma anche sulla performance dei Paesi Europei in termini di eguaglianza e mette in nuova luce le politiche pubbliche in questo ambito.

Le limitazioni delle misure tradizionali

Dal 1980 la diffusione delle pratiche di New Public Management nell’Unione Europea ha privilegiato i metodi quantitativi basati su dati e quindi ha portato al favorire l’uso di indicatori e indici anche negli studi sociali su cui si basano le politiche pubbliche (Minto et al., 2020). Se da una parte quest’utilizzo comporta indubbiamente dei benefici – come la semplificazione e la misurabilità di concetti complessi – dall’altra ha importanti implicazioni metodologiche che vanno considerate.
Vediamo le 3 principali:

  1. Un’eccessiva semplificazione può portare ad un’analisi superficiale di fenomeni complessi (come le disuguaglianze di genere) e di conseguenza a risposte politiche e legislative inadeguate (Verloo, 2007; der Vleuten and Verloo, 2012).
  2. Contrariamente alla narrazione comune che considera i metodi quantitativi  come strumenti privi di bias, questi ultimi sono accompagnati da importanti implicazioni politiche.
    Infatti, la scelta di quali indicatori vengono usati per monitorare la performance degli stati membri dell’UE è di fatto una negoziazione, un processo profondamente politico, influenzato dalla disponibilità di dati (Lombardo et al., 2009), dagli attori coinvolti, e dalle relazioni di potere tra essi (der Vleuten and Verloo, 2012).
  3. Anche le classifiche basate sulla performance dei singoli Paesi secondo indicatori quantitativi racchiudono importanti implicazioni.
    Infatti, gli Stati tendono a modulare strategicamente il proprio comportamento con l’obiettivo di ottenere punteggi più alti anziché concentrarsi sull’affrontare efficacemente le disparità (Espeland and Sauder, 2007).
    Inoltre, i ranking disincentivano i Paesi che ottengono sistematicamente punteggi bassi fissando target irraggiungibili e contemporaneamente giustificano l’inazione di chi performa sempre tra i migliori (Mósesdóttir, 2006).

Con l’espansione delle aree di policy regolate dall’Unione Europea, emerge il bisogno di una teorizzazione del genere che sia più articolata e comprensiva, che vada oltre una mera lista di disuguaglianze, e che tenga in considerazioni gli aspetti micro, meso e macroscopici (Walby, 2004).

rappresentanza

Per contro, l’eccessivo affidamento su metodi quantitativi basati su indicatori supporta una comprensione unidimensionale di fenomeni quali la gender inequality che portano alla mancanza di una comprensione profonda del fenomeno stesso e di una risposta politica adeguata.
Nell’attuale definizione delle disparità di genere alcuni aspetti – di norma quelli economici – sono privilegiati, e le donne sono trattate come una categoria unica.
Viene quindi ignorata l’interazione del genere con altre fonti di ineguaglianza quali ad esempio la cittadinanza, il lavoro, l’intimità, la classe sociale, la razza, l’orientamento sessuale e le abilità fisiche (Verloo, 2007; der Vleuten and Verloo, 2012).

Il caso delle donne nel mercato del lavoro italiano dimostra come gli indicatori non riescano a cogliere queste interrelazioni.

Infatti, l’Italia è stata lodata per ‘’progredire più velocemente di altri Paesi membri dell’UE’’ in termini di gender equality (EIGE, 2020) per la riduzione del gender pay gap nel Paese. Tuttavia, questa narrativa è generata da una lettura unidimensionale degli indicatori sulla parità di genere che semplificano eccessivamente la realtà del mercato del lavoro italiano, non considerando per nulla, ad esempio, le implicazioni razziali e i flussi migratori; si pensi solo al fatto che alcune nazionalità, come quella filippina, sono diventate sinonimo dei lavori di cura svolti dalla propria comunità – che sostengono il modello di equilibrio tra famiglia e lavoro in Italia.
Inoltre, la riduzione del gender pay gap è accompagnata da una larghissima esclusione dal mercato del lavoro delle donne, e in modo particolare delle madri (European Commission, 2020).

Il caso del mercato del lavoro in Italia esemplifica perfettamente le conseguenze negative che ha il limitare l’analisi delle disuguaglianze a indicatori unidimensionali, oscurando l’interrelazione tra sistemi di oppressione e vera analisi del well-being.

Ripensare al concetto di rappresentanza di genere

Per trovare delle misure efficaci e comprensive bisogna ripensare al concetto teorico di rappresentanza di genere. Piktin, una delle autrici più prominenti in quest’ambito, parla di rappresentanza descrittiva e sostanziale.

  • La rappresentanza descrittiva è la parità statistica tra generi negli organi rilevanti e si stima con le misure tradizionali, come ad esempio il numero di donne in parlamento.
  • La rappresentanza sostanziale invece è definita come la misura per cui le azioni delle persone che ricoprono cariche istituzionali difendono gli interessi dei propri elettori.

Ne consegue che gli indici in uso non riescono a catturare la seconda dimensione del concetto di rappresentanza ma misurano superficialmente una parità numerica tra uomini e donne, trascurando la lotta per la paritá di diritti.

Nonostante non rifletta a pieno il concetto di rappresentanza di genere, di fatto la percentuale di donne negli organi pubblici o nei board delle aziende è diventata la misura predominantemente in uso.


Perché accade questo?

Il ragionamento dietro questa pratica comune è l’idea che la rappresentanza descrittiva generi necessariamente quella sostanziale.
In altre parole, se una percentuale il più possibile vicina al 50% – o maggiore – di cariche di potere vengono ricoperte da donne, allora “automaticamente” i loro interessi e le loro lotte verranno portate avanti.
Tuttavia, questa argomentazione è controversa sia dal punto di vista teorico che statistico.

rappresentanza

Da una parte infatti alcuni studi affermano che i politici che condividono un aspetto della propria identità (ad esempio, il genere)  con gli elettori possono rappresentarli meglio sulla base di esperienze comuni(Mansbridge 1999; Reingold, 1992).
Dall’altra parte le evidenze empiriche non sembrano individuare un nesso di causalità tra la rappresentanza descrittiva e quella sostanziale (Crowley, 2004; Diamond 1977).
Alcune ricerche, peró, hanno dimostrato che le donne elette in organi politici tendono, più dei colleghi uomini, a dare priorità a politiche tradizionalmente considerate femminili, come quelle sulla famiglia (Childs and Krook, 2006, 2008, 2009; Macmillan et al., 2018).
Tuttavia, questi studi misurano la rappresentanza sostanziale attraverso interessi politici tradizionali (politiche sulla famiglia, maternità, educazione dei figli) che di fatto reiterano alcune norme di genere, non considerando la sovrastruttura multilivello che è la vera fonte delle disuguaglianze.

Dunque, la rappresentanza descrittiva è sicuramente fondamentale per cambiare la narrazione sull’inabilità di governare di comunità storicamente sotto-rappresentate – come le donne – e soprattutto per fornire un modello positivo per le generazioni future.
Ma questo non è sufficiente proprio perché non garantisce una rappresentanza sostanziale: non può quindi essere l’unica misura di un concetto molto più ampio.

Come possiamo quindi misurare la rappresentanza di genere andando oltre la mera parità statistica e senza cadere nella trappola di identificare gli interessi basati sull’identità di genere con quelle aree che tradizionalmente vengono reputate femminili?

Nuove misure per la rappresentanza di genere: il GPRI

Il mio contributo metodologico alla discussione è l’introduzione del Gender Equality Representation Index (GPRI) che completa gli indicatori di parità descrittiva con la misura delle pratiche di gender mainstreaming.

Il gender mainstreaming è una pratica derivante dall’idea che tutte le aree politiche hanno implicazioni che impattano in modo asimmetrico sulle comunità basate sull’identità di genere e quindi mira a considerarne attentamente gli effetti.. La misura delle pratiche di gender mainstreaming insieme al numero di donne negli organi governativi, quindi, permette di misurare sia la rappresentanza sostanziale che quella descrittiva: un passo ulteriore verso il raggiungimento di una comprensione profonda del genere come sistema multistrato con importanti conseguenze a livello individuale, interpersonale, comunitario e socio-economico.

La mappa rappresenta la performance dei Paesi Europei rispetto al GPRI, con grandi differenze di posizionamento in confronto al Gender Equality Index. Ad esempio l’Austria, il Portogallo e la Spagna qui risultano avere un alto livello di parità di genere nella rappresentanza, una volta che le pratiche di gender mainstreaming vengono tenute in considerazione.

I risultati riportati aprono delle interessanti domande anche nel mondo delle aziende: come misuriamo la parità di genere nei board? Le pratiche di management che deriviamo dai Paesi considerati più “virtuosi” sul tema gender equality possono davvero essere efficaci altrove?


Bibliografia (in ordine di apparizione)

Minto et al., 2020 -> Minto, Rachel, Mergaert, Lut, & Bustelo, María. (2020). Policy evaluation and gender mainstreaming in the European Union: The perfect (mis)match? European Journal of Politics and Gender, 3(2), 277-294.

Verloo, 2007 -> Verloo, M. (2007) Multiple meanings of gender equality: A critical frame analysis of gender policies in Europe, Budapest: CEU Press.

Van der Vleuten and Verloo, 2012 -> van der Vleuten, A., & Verloo, M. (2012). Ranking and benchmarking: The political logic of new regulatory instruments in the fields of gender equality and anti-corruption. Policy and Politics, 40(1), 71-86.

Espeland and Sauder, 2007 -> Espeland, W. N., & Sauder, M. (2007). Rankings and reactivity: How public

Mósesdóttir, 2006 -> Mósesdóttir, L. (2006) Final report: Research results of the project: From welfare to knowfare. A European approach to employment and gender mainstreaming in the knowledge based society, Sími, Iceland: Bifröst University, www.bifrost.is/ wellknow/Files/Skra_0014164.pdf

Walby, 2004 -> Walby, S. (2004). The European Union and gender equality: Emergent varieties of gender regime. Social Politics: International Studies in Gender, State & Society, 11(1), 4-29.

EIGE, 2020 -> EIGE (2020). Beijing+20: The 5th Review of the Implementation of the Beijing Platform for Action in the EU Member States.

European Commission, 2020 https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Gender_pay_gap_statistics

Mansbridge 1999 Mansbridge, Jane. (1999). Should Blacks Represent Blacks and Women Represent Women? A Contingent “Yes”. The Journal of Politics, 61(3), 628- 657.

Reingold, 1992 Reingold, B. (1992). Concepts of Representation among Female and Male State Legislators. Legislative Studies Quarterly, 17(4), 509-537. doi:10.2307/439864

Crowley, 2004 -> Crowley, J. (2004). When Tokens Matter. Legislative Studies Quarterly, 29(1), 109-136.

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Childs and Krook, 2006, 2008, 2009

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Macmillan et al., 2018 Macmillan, R., Shofia, N., & Sigle, W. (2018). Gender and the politics of death: Female representation, political and developmental context, and population health in a cross-national panel. Demography, 55(5), 1905-1934. doi:http://dx.doi.org.gate3.library.lse.ac.uk/10.1007/s13524-018-0697-0

Autore

Irene Brusini

Irene Brusini

Irene ha recentemente concluso un Master in Economia Politica tenuto dalla London School of Economics and Political Science e dall’Università Bocconi con una tesi sulla rappresentanza di genere nelle istituzioni politiche dei paesi Europei. Irene sta iniziando la sua carriera nelle organizzazioni internazionali tra la Commissione Europea a Bruxelles e l’ufficio della Banca Europea degli Investimenti di Roma. Avendo approfondito i temi di genere durante i suoi studi e come assistente di ricerca, ha iniziato a collaborare con Wise Growth come consulente esterna.

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