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Disabilità e resilienza: “Tutte le fortune. Badavo ai badanti”, il libro di Riccardo Taverna

Alessia Alò
Scritto da Alessia Alò
Qualche tempo fa mi è capitato tra le mani un bel libro, o meglio, una bella storia, vera, che parla di resilienza, disabilità, amore e amicizia. E’ una storia che spesso mi ha fatto pensare: “e io come reagirei se dovesse capitarmi una cosa del genere?

Riccardo Taverna è l’autore e il protagonista del libro, la sua è un’autobiografia intrisa di tenacia e determinazione, il tutto condito da una buona dose di sano umorismo.

“Tutte le fortune. Badavo ai badanti” è il suo primo libro ed è un libro positivo e coinvolgente: attraverso aneddoti sulla sua vita, la sua malattia e soprattutto sulla difficile scelta dei badanti che dovrebbero “rendergli la vita più facile”, Riccardo ci mostra che si può cadere, certo, e anche molto male, ma che ci si può anche rialzare.

L’insegnamento imparato dal judo (che lo appassiona fin da quando è bambino) lo accompagna da tutta la vita. “Imparare a cadere per limitare i danni, per rialzarsi subito”. Ed è quello che Taverna sa far meglio.

Tutte le fortune.

Già, proprio tutte le fortune: Riccardo scopre a 23 anni di avere una malattia neurologica degenerativa grave e rara, la CIDP, cui segue anni dopo il Parkinson e, ciliegina sulla torta, ha pure un infarto. Tutto ha inizio con delle “innocue” avvisaglie: comincia ad avvertire formicolii agli arti, perdita di forza muscolare, iniziano a cadergli le cose dalle mani… da qui parte un’odissea tra ospedali, terapie sperimentali, diagnosi mutevoli e, soprattutto, una graduale ma inesorabile perdita di autonomia.

Ma Riccardo, invece di piangersi addosso come sarebbe naturale e umano fare, ha rivoluzionato il suo stile di vita di pari passo con la sua malattia, si è rialzato, anzi, è riuscito addirittura a trarre dalle avversità un potenziamento delle sue risorse personali. Davvero un ottimo esempio di resilienza.

Badavo ai badanti è un libro che ti mette di fronte a riflessioni scomode: pensiamo per un momento a cosa può significare per un giovane che finora ha avuto una vita “normale” fare i conti con la disabilità, doversi affidare a un badante, ammettere di aver bisogno di una mano per andare a letto così come per alzarsi la mattina, per lavarsi, per vestirsi… E la cosa più difficile in tutto ciò sembra essere trovare una persona valida che possa rendere più gestibile la quotidianità: “non chiedevamo la luna, solo correttezza, precisione, disponibilità”.

Badavo ai badanti.

L’autore nel libro ci racconta la sua vita, prima e durante la malattia, con ironia e senza mai cadere nel patetico.

Ma è così difficile trovare un buon badante per un disabile? Purtroppo sembra proprio di sì. Qui non stiamo parlando di una persona che “fa le cose al posto tuo”, ma “di qualcuno che ti supporta e ti aiuta quando tu non ce la fai, senza farti sentire un inetto e senza toglierti il piacere di poter fare, con cautela, le attività che ancora sei in grado di portare a termine”.
La pazienza e l’empatia sono doti essenziali in tutte le professioni di cura e accudimento.

L’inizio spesso è promettente, come quello di tutti i badanti, del resto. Ma poi?
“Io e Nelly (sua moglie, ndr) diventammo una coppia rodata, due implacabili e rovinosi cacciatori di teste. Li trovavo tramite amici, associazioni no profit e siti specializzati, e, prima che aprissero bocca, spiegavamo cosa dovevano e soprattutto non dovevano fare. Niente di che, poche regole ma chiare: dovevano essere puntuali, non potevano avere un altro mestiere e, quando non si occupavano di me, che passavo gran parte della giornata in ufficio, dovevano svolgere alcune funzioni da domestico (…) Cominciavamo con un mese di prova, nel corso del quale ero tollerantissimo, concedevo due settimane di bonus, ma, a quel punto, mi trasformavo in una iena. Alcuni restavano pochi giorni, mesi, alcuni sarebbe stato meglio non ci fossero mai stati”.

Riccardo durante la sua ricerca si trova davanti a una serie di personaggi assurdi; ti sembra di vederli, uno peggio dell’altro! C’è il badante ultradevoto ma supersbadato che attribuisce la causa dei suoi pasticci al demonio (e anche la stessa malattia di Riccardo sarebbe “opera del demonio”, ovviamente). C’è l’ex bodyguard zoppo che sembra appena uscito da Matrix: vestito nero, occhiali scuri, sguardo circospetto sempre alla ricerca di cecchini sopra i tetti o pericoli improbabili. Poi c’è il cingalese educato nelle scuole dell’impero britannico che lo chiama continuamente sir e il moldavo ex ufficiale dell’Armata Rossa, imperturbabile e rigido come l’acciaio.

La cosa più fastidiosa delle persone che si candidano per svolgere questo mestiere, ci dice Riccardo, è la testardaggine. Non la determinazione ma proprio la cocciutaggine, la voglia di fare di testa propria e a volte il ricatto, il sotteso “tu hai bisogno di me, quindi non rompere!”

Il lavoro.

Dalle pagine del libro emerge con forza che il lavoro per Riccardo è un luogo di benessere e realizzazione personale, un contesto sfidante che lo appassiona e lo spinge a puntare sempre più in alto. Ovviamente anche il lavoro risente della sua difficile condizione ma ogni difficoltà, ogni sfida, ogni problema viene affrontato con rara lucidità e determinazione. Anche nella “vita vera” Riccardo Taverna è un esperto di sostenibilità aziendale, gestione della reputazione e comunicazione d’azienda, e adora il suo lavoro.
“La mia idea di sostenibilità era diversa, più pragmatica di quella tradizionale, e identificava un modello di gestione d’impresa nel quale tutti gli attori partecipavano al miglioramento delle performance ambientali, sociali ed economiche globali, massimizzando reputazione e valore. In poche parole si trattava di migliorare le prestazione dell’impresa conciliando le aspettative degli stakeholder, i portatori di interessi, e il suo progetto di miglioramento. Mettere insieme uno e l’altro, dimostrare che l’azienda ci guadagnava a essere sostenibile”.

Taverna è anche autore dei blog badavoai­badanti.org e Sustainability Sentiment.

“Non scegliamo la nostra vita, scegliamo come viverla”

“La mia vita era quella, non avevo scelta: potevo soltanto affrontarla nel modo migliore. Fare come l’acqua che si adatta al bicchiere e rimane sempre se stessa, anche quando il bicchiere si fa più stretto. Continuare a guardare il cielo, ma da un’altra prospettiva, scoprendo stelle e pianeti che, altrimenti, non avrei mai notato”

Autore

Alessia Alò

Alessia Alò

Junior Consultant & Digital marketing specialist di Wise Growth. Classe 1987, laurea in Psicologia Clinica all’Università degli Studi di Bergamo, psicologa. Si occupa delle strategie di web marketing di Wise Growth e gestisce la rivista online Diversity Management sui temi dell’inclusione e della gestione della diversità; è co-docente in percorsi di formazione sui temi della diversity & inclusion in azienda; ha collaborato e attualmente collabora con realtà non profit che si occupano di adulti e minori con disabilità psichica. E’ appassionata di nuove tecnologie, grafica e comunicazione digitale.

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