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Riflessioni al tempo del Covid-19: come tutto questo può aiutarci per avere un futuro migliore

Alessandro Redaelli

Nell’ultimo mese, da quando è scoppiata l’emergenza Covid-19, molte delle nostre abitudini sono cambiate e la vita di tutti ha subito una brusca trasformazione. Ognuno di noi, nessuno escluso, ha dovuto ripensare a quello che faceva e riadattarlo. Chi come me si occupa di educazione e formazione, nel corso di una notte, si è trovato dal correre all’impazzata a una apparente immobilità. Anche chi sta continuando a lavorare ha dovuto adattarsi a nuovi scenari. È proprio da qui, da queste situazioni straordinarie, che nascono domande e riflessioni. Quando tutto questo sarà finito cosa succederà? Quali prospettive si apriranno ai nostri occhi?

Leggendo in rete articoli di diverse testate giornalistiche e post di esperti, o presunti tali, il rischio che si corre è quello di trovarsi disorientati. Ognuno ha la sua visione. Nella più pessimistica non cambierà nulla rispetto a prima: ognuno tornerà a pensare a sé in una logica individualista nella quale le relazioni con gli altri serviranno di nuovo solo a raggiungere i propri obiettivi. La più ottimistica, invece, vedrà l’uomo “trasformarsi” quasi per magia in un essere attento a 360° al suo prossimo e capace di vivere in armonia con il pianeta.

Credo che la seconda visione sia sicuramente quella più affascinante e che bisognerà cercare in qualche modo di inseguire. Per far si che questo accada, sarà però necessario “lavorare duro”, fare i conti con la realtà, la fatica e ripartire proprio da quello che stiamo vivendo in questi giorni, dall’impegno che stiamo mettendo in atto per riuscire a superare questo momento. Proprio i limiti che sono emersi in questa situazione devono spingere tutti – dai governi alle imprese, dagli anziani ai giovani – a rimettere finalmente al centro la persona.

In questi giorni si sente continuamente ripetere come un mantra di rimanere in casa e di mantenere le distanze dalle persone care, si parla senza sosta di smart working, di PSD (Piano Scuola Digitale), di lezioni a distanza e di corsa a recuperare il ritardo “tecnologico” accumulato rispetto agli altri Paesi. Il rischio è così quello di relegare ancora una volta la cura e l’attenzione alle persone solo all’interno dell’emergenza sanitaria.

Chi lavora in contesti educativi e formativi sa benissimo che nessuna azione può prescindere dall’interazione e dalla relazione tra persone (insegnante-alunno, formatore-corsista, ecc.); anche quando si è costretti a utilizzare un medium diverso non ci si può permettere di lasciare in secondo piano il rapporto umano per privilegiare solo i contenuti. Ecco che allora quel Piano che indica alla scuola la strada da seguire nel campo del digitale può essere preso a riferimento anche per altri settori. Può essere utilizzato per far fronte alle sfide della società, che ci ricordano che bisogna sostenere l’apprendimento nell’intero arco della vita, in qualsiasi contesto, ma che questo passa con maggior efficacia dentro un incontro.

Un’educazione e una formazione rinnovate grazie alle tecnologie, non più vincolate a un luogo fisico o a un tempo concentrato, necessitano comunque di un’alta qualità di relazione. Ed è importante che queste siano orientate allo sviluppo di competenze per la vita, spendibili in tutti gli ambienti. Gli obiettivi che orientano le diverse azioni non devono essere stravolti ma semplicemente rimodulati, in modo da rispondere alle sfide sempre nuove che si presentano quotidianamente. È allo stesso tempo necessario che tutti i professionisti inizino a lavorare per definire nuovi format da proporre.

Ecco che allora i riflettori puntati in questi giorni sulle aziende e sul lavoro da casa ci possono dare l’opportunità di focalizzarci su un tema molto attuale: lo smart working. Innanzitutto, proviamo a guardare a questo fenomeno attraverso una lente diversa: non è l’uomo che deve adeguarsi, ma è questo “nuovo” modo di lavorare che deve plasmarsi sull’uomo.

L’evoluzione tecnologica porta innumerevoli benefici, sebbene non possa essere applicata a tutte le professioni. Un primo elemento positivo individuabile è quello ecologico, e i dati sull’inquinamento e le emissioni di CO2 in questi giorni di quarantena lo stanno già confermando. Un secondo vantaggio strettamente connesso con il primo riguarda il tempo sprecato: basti pensare al tempo che quotidianamente milioni di persone impiegano per il tragitto casa-lavoro e viceversa. Un terzo punto a favore dello smart working riguarda il risparmio e la produttività. In questo caso è però necessario un cambio di paradigma e quindi un passaggio da un lavoro a tempo a uno fondato sui risultati. Per far questo è necessario che le strutture aziendali abbiano una grande fiducia nei propri dipendenti. Questi ultimi due aspetti potrebbero avere un impatto sulla riduzione dell’assenteismo, sull’aumento dei benefici economici e anche sul benessere della persona. Secondo un articolo del Sole 24 Ore, il Politecnico avrebbe stimato l’incremento della produttività delle aziende italiane di circa 13,7 miliardi di euro in caso applicassero un modello di lavoro agile.

Secondo il progetto ELENA – sviluppato dal Dipartimento Pari Opportunità con il Centro Dondena dell’Università Bocconi – i lavoratori smart risultano più soddisfatti della loro vita sociale e del loro tempo libero, sono più concentrati, apprezzano di più le loro attività quotidiane, riescono a risolvere meglio i problemi e a prendere decisioni con maggiore facilità, riducono lo stress e la mancanza di sonno.

Ovviamente, non è tutto oro quel che luccica. Bisogna tenere in considerazione, infatti, che lo smart working ci mette di fronte a una condizione inusuale, nella quale la tecnologia crea l’opportunità di poter lavorare in qualsiasi luogo ma anche in qualsiasi momento. Il lavoro “viene con noi” e quando rispondiamo ad un messaggio con lo smartphone il risultato che otteniamo può essere paragonabile all’essere “in ufficio” a lavorare. Il rischio di isolamento, le distrazioni esterne e le difficoltà di comunicazione sono solo alcune delle problematiche che questo tipo di lavoro può generare e che la tecnologia può tanto mitigare quanto ampliare. È necessario, quindi, per avere sempre davvero cura della persona, cercare di trovare un equilibrio tra il lavoro e la vita fuori dal lavoro, anche se può risultare molto complesso poiché queste due realtà sono sempre più fuse.

Possiamo allora aggrapparci ad uno strumento per far combaciare ogni aspetto nella maniera più consona e utile: il work-life balance, ovvero l’equilibrio tra la sfera lavorativa e quella del “tempo libero”. Raggiungere questo bilanciamento permette la necessaria flessibilità per dedicarsi a diverse attività. Un vantaggio che si può riscontrare adottando questo sistema è quello di riuscire a ridurre le differenze di ruoli tra uomini e donne sia all’interno della famiglia che sul mercato del lavoro.

Possiamo quindi dire che il difficile periodo che stiamo affrontando ci sta dando la possibilità di diffondere, in maniera positiva e in modo sempre più capillare, il lavoro agile, che tuttavia non può essere considerato l’unica soluzione. Per far questo però è necessario da un lato che la tecnologia sia alla portata di tutti in egual modo e dall’altra che i manager che guidano le imprese abbiano le competenze tecnologiche e le promuovano nei loro dipendenti, organizzando in modo diverso i luoghi di lavoro.

Ecco allora che una prospettiva smart può aiutarci a pensare il futuro in modo generale, e non solo a far fronte a questo momento, a condizione che il sistema scolastico e le organizzazioni riescano a stare al passo di una realtà sempre più veloce e mutevole.

In conclusione, credo che questo periodo stia innanzitutto mostrando la necessità di dotarsi sempre più di strumenti capaci di far vivere una realtà più inclusiva, equa e accessibile a tutti, in sostanza capace di recuperare una dimensione più umana.

Proprio per questo credo sia necessario che chi si “occupa” di persone sia coinvolto sempre più ad un livello interdisciplinare così da poter raggiungere diversi mondi: da quello più prettamente sociale a quello aziendale, in modo da dare un forte impulso a quelle competenze – come la creatività, la capacità di pensiero critico, di tessere relazioni di valore, di ascoltare e comprendere e di prendersi cura dell’altro – che passando proprio attraverso un incontro permettono a chiunque di guardare lontano. Così, grazie a questi interventi carichi di una forte dimensione “affettiva”, è possibile fare la differenza sperando che quello che stiamo vivendo possa essere in qualche modo utile per migliorare il nostro domani.

Autore

Alessandro Redaelli

Alessandro Redaelli

Nato a Desio nel 1984, si è laureato in Scienze dell’Educazione con indirizzo Interculturale presso l'Università degli Studi di Milano Bicocca e ha conseguito la laurea specialistica in Scienze Pedagogiche, indirizzo “Formazione nelle Organizzazioni”, presso l’Università Cattolica di Milano. Sta ultimando il terzo anno di scuola specializzazione in counselling presso lo IACP di Milano, dove ha anche conseguito il certificato di formatore Gordon. Lavora come formatore e consulente per diversi enti e associazioni del territorio, occupandosi di progettazione e gestione dei percorsi sia per giovani che per adulti. Collabora con il consultorio di Rho nella progettazione e realizzazione di percorsi formativi all'interno delle scuole.

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