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“Vorrei prestarti i miei occhi”: come contrastare il body shaming

donna allo specchio
Cristina Bombelli

Casadilego è una ragazza di 17 anni e partecipa ad uno dei talent show più seguiti dai giovani: X Factor.

Ha una voce e una presenza scenica strepitosi, ma il suo fisico non corrisponde agli ideali e ai canoni di bellezza stereotipati che in questi anni sono stati costruiti. Quella perfezione ossessiva con cui la maggior parte delle ragazze – se non tutte – devono fare i conti perché giudicate in modo impietoso, prima di tutto da sé stesse.

I commenti nel suo caso non si sono fatti attendere e l’anonimato del web ha consentito ancora una volta che contro di lei arrivassero insulti e commenti irripetibili.

È stata Emma Marrone, una delle giudici, che quasi piangendo, le ha detto una frase bellissima:

 “Vorrei prestarti i miei occhi per capire quanto è bello guardarti da fuori. Una cosa sana, pura, pulita…”

L’inizio di questa frase mi ha colpito moltissimo: “Vorrei prestarti i miei occhi…”.
Una sensazione che, da donna matura, ho provato tante volte quando le miei giovani colleghe, amiche, allieve, sottolineavano il loro aspetto fisico: ma non vedi come sono grassa, ma non vedi il mio naso pronunciato, ma non vedi le mie gambe storte… e così via.
Ora risponderò: vorrei prestarti i miei occhi.

Vorrei prestarti i miei occhi di donna adulta per farti capire quanto sia necessario non fermarsi al particolare, non indugiare sul dettaglio, ma vedersi tutte intere, come persone, nella complessità di un fisico sano e di una mente capace di distinguere la bellezza dall’omologazione.

Il body shaming è la derisione verso qualcuno per qualcosa che non va nel suo corpo, l’esclusione – praticata sia da uomini che da donne – verso coloro che non corrispondono a quell’ideale che è diventato il faro condiviso di un pubblico sempre più acritico.
Ce le ricordiamo tutti le situazioni a scuola: il cicciottello, quello con gli occhiali, l’imbranato che il bullo di turno si incaricava di mettere al bando.

Abbiamo visto centinaia di film che raccontano storie, anche di bambini, con problemi di disabilità o di malformazioni. Abbiamo empatizzato tutti con Wonder, con il suo casco perennemente indossato per non fare vedere il suo viso, decisamente impressionante.

Nel film tutto finisce bene, ma quanti sono i casi invece in cui il body shaming costituisce un’esclusione definitiva? Quante persone sono destinate a soffrire per sempre a causa delle loro caratteristiche fisiche?

Il tema diventa lacerante soprattutto in giovane età, quando ciascuno per definirsi misura le proprie forze contro il mondo, durante quell’adolescenza che è un cammino (oggi prolungato) verso l’età adulta.
Le irrisioni spesso avvengono nel gruppo stesso delle ragazze che, anelando in modo ossessivo ad un risultato perfetto, sono pronte a diventare le peggiori giudici delle altre, ma anche di sé stesse.
Una ragazzina di quattordici anni raccontava, recentemente, che ogni giorno prepara il suo selfie da postare per almeno un’ora, in modo che tutto di lei sia, appunto, perfetto.

Oggi finalmente iniziano delle prese di posizione autorevoli come quella di Vanessa Incontrada, che, dopo essere stata oggetto per anni di insulti per il suo peso, ha posato nuda per Vanity Fair, proprio con l’intento di lanciare un monito che aiuti a vedere la bellezza nella diversità che ciascuno esprime.

È proprio il tema della diversità ad essere importante: nelle mie conversazioni di empowerment femminile spesso mostro le foto delle Miss Italia del dopoguerra e di quelle attuali. Mentre nella cultura del dopoguerra la bellezza era ampia, con diversi modi di interpretazione, negli anni recenti tutte le candidate sono pressoché uguali, un corpo modellato sulle famose bambole che tutti conosciamo (e che hanno contribuito a creare lo stereotipo della bellezza omologata).

A proposito di omologazione, vorrei fare un’ultima personale osservazione riguardo alla consuetudine di indossare tacchi molto alti esibita nelle trasmissioni televisive.
Il tacco dodici viene indossato da tutte le donne dello spettacolo, da giornaliste, da conduttrici e dalle ospiti nei talk show, dalle cantanti e da coloro che introducono il meteo: nessuna fa eccezione. Un tacco così a me ricorda le sofferenze delle donne cinesi a cui venivano fasciati i piedi per renderli piccoli e simili ad un fiore di loto, perché quello era lo standard di bellezza posto a modello. Tale pratica fu vietata nel 1911 e io mi auspico che – al giorno d’oggi – qualcuno si renda conto che un tacco di quella dimensione è contrario alle norme di sicurezza aziendale tanto sbandierate.

Per affrontare la piaga del body shaming occorre lavorare su diversi fronti.

Uno certamente è quello della condivisione del tema da parte degli operatori dei media, come hanno fatto Emma Marrone e Vanessa Incontrada, puntando sulla loro celebrità per creare un nuovo standard di bellezza.
Inoltre è importante che l’accento si ponga  anche sugli educatori, le famiglie, le scuole, gli oratori e tutti quei luoghi dove i giovani apprendono  modelli e condividono valori, spesso impliciti.

Anche le aziende hanno un ruolo centrale nel costruire una cultura del rispetto.
Una cultura del rispetto non dà per scontato che le battute sul fisico siano una “ragazzata”, ma anzi le condanna, e comprende come sia necessario essere vigili per rieducare una società troppo spesso inquinata non solo da disattenzione, ma anche da vera cattiveria.

Autore

Cristina Bombelli

Cristina Bombelli

È fondatrice e presidente di Wise Growth. È stata professore presso l’Università di Milano Bicocca e per anni docente della Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi. Ha fondato, presso la SDA Bocconi, il laboratorio Armonia, un centro di ricerca sul diversity management sostenuto da un network di imprese. È stata visiting scholar presso l’Università di La Verne, California. È pubblicista e autrice di numerosi articoli sui temi del comportamento organizzativo e della gestione delle diversità. È stata presidente per alcuni anni della fondazione “La Pelucca” onlus di Sesto San Giovanni. È certificata IAP di THT (Trompenaars Hampden – Turner) per la consapevolezza interculturale ed executive coach con Newfield. Ha pubblicato numerosi libri tra i quali i più recenti: Alice in business land, diventare leader rimanendo donne, Guerini & Assocati, 2009; Management plurale, diversità individuali e strategie organizzativa, ETAS, 2010; Un manager nell’impero di mezzo, Guerini & Associati, 2013; Generazioni in azienda, Guerini & associati, 2013; Amministrare con sapienza, la regola di San Benedetto e il management, GueriniNEXT, 2017.

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