Grandangolo Lavoro e Management

Smartworking, consapevolezza di sè e gestione del tempo. Intervista a Cristina Bombelli

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Riproponiamo su Diversity Management un’intervista a Maria Cristina Bombelli, pubblicata sulla rivista Mentors 4U.


Cristina, facendo un bilancio, quali sono a tuo avviso, le situazioni più critiche in cui lavoratrici, lavoratori e comparto studenti si sono trovate da marzo 2020 e persistono a dover affrontare? Quale fascia della popolazione ha subito maggiormente e negativamente l’impatto di Covid-19? Quale invece individui come estrema risorsa di questo ormai anno e mezzo pandemico?

È molto difficile fare una “graduatoria” delle situazioni più a rischio, dal mio punto di vista. Tutte e tutti abbiamo pagato un prezzo di paura e di solitudine come raramente era capitato prima. Certamente le madri ed i padri hanno avuto più difficoltà nella gestione dei figli, spesso in didattica a distanza. Soprattutto i più piccoli richiedevano un’attenzione che precedentemente era minore.
Nei racconti che ho raccolto, che sicuramente non hanno un valore statistico, un altro segmento molto provato sono stati gli adolescenti, staccati a forza dal gruppo, hanno sofferto la mancanza di quegli aspetti che sono fondamentali alla loro età.

Nel lavoro ci si è rapidamente adattati ad un modo di operare assolutamente nuovo, si è imparato ad usare piattaforme, a costruire il nuovo galateo dell’online, a comunicare in modo diverso, spesso sintetico. Una quantità di competenze che pur scaturite da una situazione difficile oggi permangono e possono costituire un bacino interessante di nuovi approcci.
 
Quando parliamo di New Normal, a che New Normal dovremmo aspirare?

Il New Normal, a mio parere, è tutto da ricostruire. Non sono in grado di rispondere alla domanda “a cosa dovremmo aspirare”; posso condividere le mie impressioni attuali.
Mi pare che le persone tutte abbiamo passato collettivamente un periodo paragonabile a quando un individuo affronta una malattia o addirittura la perdita di persone care. Anche se non è mancato nessuno nel proprio entourage, siamo stati a contatto con situazioni, racconti, immagini, statistiche di sofferenza.

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Generalmente quando questo accade e le persone “guariscono”, guardano la via con occhi nuovi. Sono in grado di distinguere l’essenziale e di perseguilo, giudicando alcuni desideri precedenti come “capricci”.  
Penso che vi sarà un ritorno collettivo ad una dimensione più sobria, più orientata a fare tesoro delle relazioni personali, forse meno desiderosa dall’apparire…
 
Smartworking, superlavoro e gestione del proprio tempo: come non diventare insofferenti al lavoro da casa e trasformarlo in un’opportunità imprescindibile per il futuro? Come riuscire a organizzare il proprio tempo realizzando un veritiero e soddisfacente work life balance?

Il tema del tempo di lavoro è sempre centrale per ognuno di noi, ma in particolar modo per le donne che – stando alle statistiche – si sobbarcano ancora la maggior parte del lavoro in casa e della cura. 
Inutile quindi sottolineare che una capacità organizzativa è estremamente importante: riuscire a gestire in modo lucido, concentrandosi sugli aspetti essenziale e diventando capaci di tralasciare i dettagli; soprattutto non “sentirsi in colpa” se un lavoro impossibile non è stato terminato nel tempo che ci eravamo prefissati e così via. La dimensione individuale è importante, ma è all’interno di un’altra dimensione: quella della cultura del tempo che vige in una certa organizzazione e che, a sua volta, è spesso collegata alla cultura sociale in cui è inserita.

È necessario allora entrare il più possibile nella dimensione organizzativa del tempo, interrogandosi in modo manageriale se esso è speso bene, se vi sono elementi di caos che devono essere affrontati, oppure di sovrapposizioni di ruoli, e così via.
Gestire il tempo significa attenzione alla sua organizzazione e al modo di lavorare, mettendo in atto anche dei comportamenti coerenti, soprattutto ad alti livelli. 

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Manager workaholic, che restano in ufficio fino ad ore impossibili, che telefonano in ogni momento e pretendono risposte devono diventare consapevoli della tossicità del proprio modo di operare che non è più efficiente, anzi spesso determina un “rumore” organizzativo che ostacola il raggiungimento dei risultati.
 
Pandemia, cambiamenti consapevolezza: si può essere felici della propria condizione personale tra vita privata e lavorativa in un momento storico così rivoluzionante in cui mediaticamente molto spesso ci è stato ricordato tutto ciò che non abbiamo potuto/possiamo ancora fare, le limitazioni? C’è un lato positivo di cui non dimenticarsi mai anche in un momento come quello attuale?

Felicità è un termine che generalmente non uso, troppo impegnativo. Rimanda a quei momenti irripetibili in cui si realizzano dei desideri profondi che – a mio parere – prescindono dal contesto specifico.
Credo che si possa vivere con serenità, perdonatemi la banalità, guardando più quello che si ha invece di concentrarsi su quello che manca. La pandemia ci ha sottratto abitudini consolidate, ma forse ci ha dato la capacità di ascoltare il giorno per giorno, di accogliere con stupore istanti che erano diventati abitudine, di dare un nuovo senso alle relazioni. 
 
Diverse sono state le espressioni, le parole ricorrenti motivanti che in questo anno e mezzo abbiamo letto/ascoltato: qual è quella che ci inviti a fare nostra per affrontare questo New Normal, che ci serva da mantra nelle nostre giornate?​

Il mio invito è di mantenere lo sguardo ampio, di osservare il mondo fuori dal nostro perimetro. Posso essere triste perché non potrò fare un aperitivo, ma non posso ignorare che in molte parti del mondo non esiste nemmeno la cena. Posso essere in difficoltà perché nel mio lavoro il rapporto con il mio capo non funziona, ma dovrei tenere presente che molti il lavoro non ce l’hanno… Non è un esercizio retorico, si tratta di uscire almeno con lo sguardo, dalla propria “bolla” e ricordarsi che ognuno di noi, ancora oggi e nonostante tutto, è nell’area del privilegio.

Autore

Redazione Diversity-Management.it

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